1 luglio 2014

Civiltà contadina




















Lavoravi zappatore 
sotto i raggi della bellezza
irrigando di sudore la terra,
dissodavi zappatore
i campi della tua creatività
facendo crescere arbusti
e trame di foglie

i tuoi arnesi
li deporranno nei musei
i crivi e le fullane
penderanno dai muri
conserveranno il tuo sudore
in preziose burnìe
le zappe che affondavi nella terra
i lombrichi che uccidevi
nella tua furia ispiratrice
quando eri
nel respiro della terra

saranno sbarrati
gli occhi del mondo
dietro le vetrine dei musei
si strapperanno i capelli
gli adoratori del panbauletto
rinnegatori del grano
mistificatori del moderno

gli uomini torneranno a godere
della terra che calpestano
dopo avere marciato
nei duri sentieri della modernità
nei deserti tecnologici
che uccidono
le sostanze della terra

11 giugno 2014

La prospettiva Nesci

















Ci sono famiglie che dopo 30 anni
non hanno ancora finito l'affacciata
nelle case del Gorgaccio
nelle alte periferie del Calvario
case senza volto
con spuntoni di ferro
che sporgono dai pilastri
tumori edilizi
di una terra malata
resistente ad ogni sanatoria

Con grandi portoni di ferro
sigillarono le loro dimore
con finestre di alluminio
chiusero gli occhi verso il mondo
mentre preparavano altarini al Santissimo
nelle mura della nefandezza
nelle periferie moderne
dove le case senza prospetto
nascondono vite senza prospettiva

Avevano cominciato con le pietre d'asparo
quando le donne facevano l'astratto
davanti le porte di quegli obbrobbri
false coltivatrici dirette
che mandavano i figli al collocamento
o nelle latrine del sindacato
pastori che conducevano armenti
al foraggio delle mangiatoie politiche
pregando nei templi sacri del do ut des
gente che non usava la piazza
per fare rivoluzioni
gente che passeggiava nella piazza
tra un turno di 50 giorni al bosco
e un turno di cazzeggio
piazza che non tiene a mente nulla
piazza poco Tien a Men
dove i carri armati
sono carrozzoni amici

Capitani coraggiosi
ne gesuiti, ne euclidei
giovani affamati di futuro
scelsero la prospettiva Nesci
partendo per mondi lontanissimi
distanti da quei carri armati
coi cannoni puntati.

Coi carrozzoni avevano giocato da bambini
nelle discese del paese
ma il gioco era finito da un pezzo
l'Ungheria era ormai presa
i carri stavano arrivando
era tempo di fuggire 
dal bersaglio dei cannoni

(Ezio Spataro)


4 giugno 2014

Cave Canem























Cave canem,
nella cava abbandonata del paese
i cani abbaiano malinconici
cercano rifiuti notturni
scorie urbane differenziate
ossa di fantasmi
lembi di carne da staccare
con denti sempre più malati
morso dopo morso
fame dopo fame

Cave canem,
sono cani rabbiosi
profeti visionari
esiliati nella Patmos
dell'ecosistema insostenibile
allevati nei macelli della mistificazione
dove a suon di brogli e museruole
si serrano i musi dei rivali
annusatori di femmine

Cave canem,
è il fiuto della propaganda
che ci cava le ossa da spolpare
rabbia canina
profusa in testicoli ancora integri
pensiero sterilizzatore
di una realtà che abbaia
ma non morde

Cave canem,
è dietro le botteghe
che i macellai scartano frattaglie
attirando le vedove e le vespe allegre
ronzio di carismatici in festa
fiori all'occhiello
di raduni pentecostali
mentre la carne si consuma
e diventa un pasto raro
piatto d'oro dei tempi d'oro
quando i veterani
dell'accademia ambrosiana
col crastagnello
festeggiavano il dies accademicus.

(Ezio Spataro)

16 maggio 2014

Sodoma e Accamora


Figli di Sodoma
viventi all'Accamora
germogli di un umanità
gozzovigliante
tronco di Iesse
tramutato in tronzo 
di malafiura
uomini che si inculano
ignari del tuono imminente,
del fulmine a ciel sereno

Fottono e lasciano fottere
tirano a campare
mors tua vita loro
homo homini lupus
rosa rosae rosae
e se son rose pungeranno !

Uomini di Sodoma
viventi all'Accamora
città di paraculi
dove l'impatto è imminente
negli orifizi
dove legioni di Meskin
accattano un chilo di arance
per lenire il pianto

Cercano di far paura
con un liccasapuni
ma hanno il mitra
pronti a sparare 
col silenziatore
del "do ut des" istituzionale

A Sodoma si plasmano
vitelli d'oro,
con la presa di ventuno dita
si grigliano le stigliole
canali dove fluivano le vergogne
di passate (di)gestioni
quando si defecavano
i posti comu(a)nali

Nel giardino dei giusti
condotti da tre angeli
a rischio inculamento
dieci Meskin riposano
all'ombra delle palme
al ronzìo dei punteruoli
venuti all'Accamora
come piaga d'Egitto
ormai in pensione,
scassa-palme anarghiri
allevati sotto i Portici della mistificazione
falsi profeti
del celeste e santo amore.

(Ezio Spataro)

13 maggio 2014

Il colle del Sanicolo



Nella Roma Assirio-Babbu-Lonese
il Sanicolo si erge imponente
con le  sue ville di ampia metratura
rogitate dagli atavici proto-notari 
preistorici proto-spatari
dei tempi di Andreotti e Lima
suggitori del succo di Sirena
arance spremute dei tempi andati
quando gli n'ziti della vigna
scattavano sotto lo sguardo sazio
dei grassi figli di Ioan Papà
nell'aria spumeggiante
delle cateratte fluviali
quando Gugliemo stava ancora a Baskerville


Messaggeri raggiunsero la città di Matula
arroccata sul colle Sanicolo
portando casse di birra
da donare al principe Tuborg
cugino di re Viborg
emigrato in terra di Danimarca
dove il marcio si era sparso
sulla coscienza di un re nudo


Vengono a Matula
per coprire le sue nude vergogne
Alberti da Giussano
si spremono le arance
con la manomanca
degni mentori, degni eucaliptori
della regal semenza
che fa scattare il giunco di Sirena
provocando l'opuscolo della verità,
bocche di Platone
che mordono la mano
si riprendono la città
senza colpo ferire
e mercurio-cromo spargere,
cosi che non è vano
il loro ingresso a Matula.


Nel ventre dell'architetto
si assimilano le nuove vie
il colle del Sanicolo
la via del Passetto Imperiale
nuove toponomastiche 
brulicano a Matula
mentre dai torrioni si buttano gli artisti
indegni di loculo e cimitero,
giù dai merli del castello
che domina Sirena.

(Ezio Spataro)