28 luglio 2015

I manovali degli anni ottanta


















I manovali degli anni ottanta
vivevano alla giornata
... un pò a muzzo
tra un lavoretto di campagna
e una mano di calcestruzzo


Votavano l'Ignazio Regionale
uomo dalle chimere stradali
appoggiavano il "frii e mancia"
così quando c'erano gli appalti
si riempivano la pancia
ingranavano la marcia degli affari
il meccanismo virtuoso
del "mancia e fa manciari"

I manovali degli anni ottanta
lavoravano a giornata
coi loro martelli percussivi
erano la speranza di tutti gli abusivi
non gurdavano il cemento
se era buono...  se era ottimo
imparavano che nella vita
è meglio lavorare a cottimo

Dopo le notti
sotto le lenzuola
di giorno si cimentavano
in colpi di cazzuola
nel loro futuro brillava
una stella
che a guardarla bene
era una caldarella

le loro mani callose e fiere
incarnavano il rumore delle bitumiere
la loro pelle scura e corvina
era tutta punteggiata di quacina
forti e tenaci nel pruvulazzo
ergevano i pilastri
che reggevano il palazzo

Poi a un tiro di schioppo
dal casale dell'Emiro
fu eretta la fabbrica di San Ciro
e sotto lo sguardo
del santo Alessandrino
per sua natura
anarghiro e poverino
si moltiplicarono pecunie e ori
che fecero dei manovali
i nuovi signori.

(Ezio Spataro - luglio 2015)


10 luglio 2015

I poeti della loggetta


















La scorsa estate si parlava con un amico di logge, loggette e loggioni , tra momenti di spensieratezza e momenti di apprensione. Si è creata una sorta di complicità che ha portato in essere un linguaggio codificato, che può risultare linguaggio dell'assurdo per chi non ha vissuto quel tipo di complicità. Mi scuso pertanto con coloro che leggendo capiranno ben poco. E' normale.


Gemellato col suo alterego
cavalca verso le terre di Francia
sul ronzino di don Mignotte
acquistato alla fiera di Amsterdam
nelle vetrine della vergogna

Stringe il suo crine
con le dita della manumanca
e nel taschino la sua patente Lituana
per tirare coltelli e liccasapuni
nei bersagli delle logge Arnoniche

La stirpe della Provvidenza
distribuisce le ampolle
nella loggetta dei poeti
per mano degli alfieri
della fondata cultura
che si lisciano la mascagna
al cospetto dei Belli

I giurati attempati
della Buttittiana Sperienza
fanno splendere il sole sui poeti
nei giardini dell'Alvernia
laddove il pastore Sigoleno
scodinzola col segugio Arnonico

I domatori entrano nel circo
con gli allori da dare ai leoni
panem et circensis
nomi di diamanti e di blasoni
mentre da lontano
un urlo di vandali 
scende dai valloni

Alla loro testa il Sanicalora
capo dei guastatori
baluginanti di metallo
ferri di forche e fullane
appese nella Domus Pulizzotta
guastatori della Guastella
dalle trincee delle loro panchine
scendono nei Beccadelli
a rompere i loggioni
al guasto delle passerelle
dell'alterego Arnonico.

(Ezio Spataro - nella tragica estate del 2014)

16 giugno 2015

Li beddi vraccoca



















Eh pinsari ca n’Sicilia aiu li beddi vraccoca
ca a talialli mi veni a peddri d'oca

Eh pinsari ca s'hannu a sfari
e iu nun mi la putiri manciari

picchì travaggiu luntanu da me terra
e m'arricampu  nt'austu pi la fèra

Chistu è un distinu riu
c'appena scinnu iu vraccoca nunni viu

Ccà  s’accattanu a sangu di papa
e ddà su muzzicati di la lapa

cadinu n'terra.... si fannu minnitti
e si l'allapatìanu li muschitti

Chista  è  na sorti a malumodu
ca li frutti da me terra iu nun mi li godu

Ccà m'accattu li cosi a pisu d'oru
mentri n’Sicilia si sfà lu pumadoru

Arbuli carrichi ca pinnulianu li rami
e io sugnu ccà a chianciri la fami

Si sfannu li pruna, si sfannu li vraccoca
e iu ccà a chianciri n'atra vota

(Ezio Spataro)

10 giugno 2015

160 primavere

Nino Spataro e Totò Randazzo























In occasione della presentazione del nuovo libro di Totò Randazzo voglio dedicare a lui e mio padre, suo amico di infanzia, questi versi in siciliano che scrissi qualche anno fa.



Me patri picciriddu
ioca cu la spata
mmenzu di na strata

sapi moviri li ita
e iucari cu la vita
me patri sicculiddu

ioca a cchiappareddu
e sata u scaluneddu
tira la ciunna
e ampeca na palumma
stu me patri tintuliddu

Nta lu mmernu e la staciuni
porta un curtu cavusiddu
Si!! Chiddu è me patri picciriddu
ma l'ha taliari di vicinu
picchì è veru finuliddu.

Poi scumparì comu n'ariddu
me patri picciriddu
o forsi vulà comu un cardiddu
e comu fici sapiddu!!

(Ezio Spataro)




28 aprile 2015

Brancaleone















Nuccio, in armatura di Benanti
che or vorresti chiudere battenti
non lasciar seguaci tuoi ardenti
de le tue gesta fedeli amanti

rifletti su ardua decisione
di tagliar lo passo a Brancaleone
di guisa che batteresti lo frontone
contro l'asfalto de l'acqua di Molone

Imprecai contra al Teofilatto
allorchè stamani appresi il fatto
è cosa che a saper il cor si spezza
del prode abbandonar la vecchia piazza

lo darsi a nuova forma di scrittura
mi par la tua imminente cugnintura
bagnarla vorrai nella propinqua brivatura
come steli di rigogliosa verzura

allor non procurrà lo piagnisteo
ne la piazza de la ridente Marineo
che rimanga ancor la piazza amena
a patto di strazzar la pergamena !

voglia accettar l'umil preghiera
or che mi incammino nell'antica mulattiera
sicchè longeva perdurrà la nostra vita
su tre corsie percorrerem  la Suvarita



(Ezio Spataro - dopo avere appreso una notizia)

27 aprile 2015

Ipotesi sulla bambagia


















Meditavo nei seggi della confraternita
sulla natura della bambagia,
se poteva tamponare 

le ferite della fede
acquisita nei paesi dell'Ovest
dove Dio era stato adorato col denaro
senza violenze ne carri armati

Feci diverse ipotesi sulla bambagia,
mentre nel silenzio 

la ferita continuava a sanguinare 
e c'era poco da ridere,
nessun Peppone a ostacolarmi
nessun Don Camillo a catechizzarmi
rimasi allineato ad un mondo ateo che
andava a messa ogni domenica.

Rimasi al sicuro nell'Ovest

al sicuro da Dio,
e scongiurai la morte
per augurarmi la pensione.
Mi costruì una casa di bambagia
dove ogni urto con la fede
era attutito da soffici pareti
il capitalismo mi sorrideva

dietro le finestre
mi mostrava un cielo blu

un paradiso che maturava
con gli interessi.


(Ezio Spataro)

23 aprile 2015

Tutto scorre

















Ho coltivato i tenerumi
sulle colline vicino la Diana
sono cresciuti alti
mentre l'acqua cavava la pietra
feci la pasta vrudusa assai
non ne mangiai più
di generazione in generazione
fino all'avvento del nuovo cimitero
 

Pagai la caparra per aggiudicarmi
un posto accanto alle spighe
accesi il mutuo per guardare
le speranze dal farro lungo
le api che si leccavano il miele
raggiunsi un luogo vicino l'Antenna
una guarnigione di cherubini
a guardia delle pale eoliche

Guardo il tramonto a Bolognetta
ragazzini accendono a strappo
i loro scooter impazziti
puzza di benzina succhiata chissà dove
rumori nella statale
echeggiano fino ai boschi della Manca
e non c'è tempo e non c'è acqua
per sentire il fiume che scorre
verso il mare lontano
Eleutero di valli
erose come camula
acqua che scende

per scorrere a matula.

(Ezio Spataro)


20 aprile 2015

Eroi a matula

Poesia ispirata da un amico.
 
Esiliati di Mediolano
fuggirono dalle barricate
dai venditori di mattula
che consarono le bancarelle
nelle notti anarghire

Bivaccarono nei campi sanicolensi

godendo dell'estate eterna
quando i morti uscivano

dai sepolcri a matula

più lazzaroni che lazzari

Da Marsala inseguiti con la virga

soldatini scrivevano lettere accorate
per uno sbarco in corso dei Mille
censori dalle penne garibaldine
assetati di studi e iniziative

Negli spalti di un antico castello 

attesero i prodi 
di un paese angelicato
sotto la scura rocca

musa di poeti 
che anelano la bianca mattula
 

Là sotto le logge 
dell'arnonica speranza
i senza-alloro 
per mano di spadari 
morirono a fil di spada

oltre il Valhalla
sotto i fiordi di Risalaimi
arsero nei vascelli
gli eroi a matula

(Ezio Spataro)